Le pensioni baby. Un esempio di populismo che pagheremo per molti anni

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Ci sono oltre 500.000 persone che godono delle pensioni baby. Ma cosa sono le pensioni baby? Nel 1973 il Governo guidato da Rumor propose una riduzione dei limiti per andare in pensione, a quel tempo 35 anni di contributi: per i dipendenti pubblici diventarono sufficienti 14 anni e 6 mesi ed un giorno per le donne, 19 anni e sei mesi ed un giorno per gli uomini, 24 anni 6 mesi a 1 giorno per i dipendenti degli enti locali e delle società da questi controllate.

Un suicidio economico oltre che una enorme sperequazione tra i dipendenti pubblici e privati (che non avevano questa possibilità) oltre che generazionale, che fu abolita da Giuliano Amato solo nel 1992 e che ha consentito il pensionamento anche a persone che, in virtù dei pochi contributi richiesti, avevano meno di 30 anni di età.

Un caso eclatante, ma non così unico, quello di una bidella friulana che andò in pensione quando aveva 29 anni.

I baby pensionati ad oggi ricevono in media 1.500 Euro lordi al mese. Non male considerando quanto hanno versato e per quanto tempo beneficiano della pensione. Più di molti lavoratori che ogni mattina si alzano e vanno a lavorare.

È stato calcolato che, ad oggi, le baby pensioni sono costate alle casse pubbliche 165 miliardi di Euro, e continueranno a gravare per circa 10 miliardi di Euro all’anno e per molti anni in futuro. Si, perché i baby pensionati che ad oggi hanno una età media intorno ai 65 – 70 anni continueranno a ricevere il proprio assegno per altri 15 – 20 anni, considerando l’attuale speranza di vita media.

Con questi provvedimenti “acchiappa consensi”, anche allora quei governanti pensarono più al momentaneo consenso che ai danni che avrebbero creato alle future generazioni.

15 anni e 6 mesi di contributi e 45 – 50 anni di pensione! Messaggi e logiche vincenti in termini di consenso elettorale allora, così come oggi per i partiti populisti, Lega in testa, che propongono un ritorno al “dorato passato” basato sul debito … che pagheranno le future generazioni.

Quale meraviglia quindi se nello scenario europeo in Italia si spenda il 13,5% del PIL, rispetto a una media UE del 10,2%, sacrificando altri importanti capitoli di spesa pubblica. Ad esempio quello dell’istruzione, quello che serve per garantire un futuro al Paese ed ai giovani, dove il nostro Paese rispetto alla media europea pari al 4,7 % investe invece solo il 3,9% del PIL.

Ma non è stata l’unica sperequazione!

Per effetto della legge Mosca del 1974 circa 40.000 persone poterono assicurarsi una pensione, versando pochi contributi per “sanare” il periodo in cui avevano prestato la propria opera nei sindacati o nei partiti senza il versamento dei contributi all’Inps.

E per effetto della legge Treu del 1996, distorta nel suo vero obiettivo, che ha permesso a parecchi di avere la pensione calcolata sulla base dell’ultimo stipendio, magari gonfiato a dovere, e non in base alla media degli stipendi degli ultimi 10 anni come tutti i lavoratori del settore privato, regola questa definita dalla riforma Amato del 1992.

Questi sono i frutti della politica a “caccia di consenso”, delle promesse da campagna elettorale, della politica che non ha una visione ed una strategia proiettata nel tempo e che non pensa alle future generazioni.

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